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The Dark Side of E-Commerce

04 Gen 2017, Posted by Agenzia Digitale Atman in Blogger, E-commerce, Web performance

Proprio nel momento di maggior attenzione per le vetrine online, l’antitrust decide di svolgere un’indagine sulle irregolarità verificate secondo i contratti di distribuzione inerenti il commercio online.

Sotto la lente d’ingrandimento si trova tutta la filiera dei brand: dalla produzione alla vendita al dettaglio. Si vuole capire se gli accordi tra azienda e rivenditori siano stipulati per mantenere il prezzo della merce su livelli alti.

Non è un mistero che le aziende del lusso abbiano investito molto in servizi pre e post vendita per giustificare il prezzo dei prodotti con l’esclusività.  Così il “prezzo suggerito” è diventato sempre più vicino al “prezzo minimo” (di fatto imposto ai rivenditori). Secondo i dati raccolti dall’indagine UE, infatti, il 38% dei produttori raccomanda il prezzo e meno del 10% fornisce direttive sulle promozioni e gli sconti eventuali da applicare. Questi accordi secondo l’Antitrust sarebbero una violazione dei principi europei sul libero scambio e sulla libera circolazione dei beni.

Nel 60% dei casi analizzati dall’antitrust europeo, quando il consumatore prova a fare una ricerca sui prodotti, spesso viene rispedito sul sito web dell’azienda che produce quel determinato bene, piuttosto che sulla pagina nella lingua madre (meccanismo che in gergo prende il nome di geoblocco, ovvero la limitazione di esplorare le varie offerte da parte di altri siti europei).

Sembrerebbe che le aziende di lusso e i loro siti non utilizzino il geoblocco, dato che i grandi marchi in genere si avvalgono di domini “.com”, raggiungibili ovunque ti trovi nel mondo, impedendo al consumatore di comprare i loro prodotti al prezzo più conveniente. Inoltre non dimentichiamoci del problema dell’IVA, che varia per ogni stato UE.

Sempre stando all’analisi dell’Ue, il 12% dei rivenditori subisce restrizioni contrattuali alla vendita transfrontaliera in almeno una categoria di prodotto. Nonostante tali restrizioni siano perlopiù previste a livello contrattuale, accade spesso anche che vengano comunicate solo oralmente (onde eludere la normativa). Oltre a limitare la vendita fisica dei prodotti, circa un distributore su si è visto vietare la possibilità di rivendere gli stessi online. L’Ue ha riscontrato che le limitazioni a vendere sui market-place sono maggiori dove l’uso del web per lo shopping è più diffuso come in Francia e Germania, soprattutto su articoli per lo sport e il tempo libero, abbigliamento e scarpe ed elettronica. Peraltro la maggior parte delle aziende del lusso utilizza un modello di distribuzione selettiva, che impone al dettagliante, che sia on o off line, di avere tutta una serie di criteri di qualità, esclusività, eleganza e servizio, prima di poter far parte del network distributivo del brand.

A metà settembre si è conclusa l’analisi dell’Antitrust su 1.800 società e 8.000 distributori che a marzo si tradurrà in una serie di provvedimenti ad hoc sulle singole aziende, dato che sono state rilevate “violazioni, pratiche restrittive o situazioni di abuso della posizione dominate” che potrebbero condurre a pesanti sanzioni.

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